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Pensiamo ad una donna che ha appena partorito. Anche lei è appena nata. E non importa che questo sia il primo bimbo o il secondo (o terzo, quarto…). Ogni esperienza di nascita porta nuova vita. E questa nuova vita ha bisogno di tempo per essere conosciuta.

A livello biologico, di sopravvivenza (oltre che di cura e protezione) uno dei pensieri primari della mamma sarà nutrire il proprio piccolo. E vorrà non solo nutrirlo per assicurargli la sopravvivenza, ma vorrà vederlo crescere sano e forte. Avrà delle aspettative e delle preoccupazioni legate alla sua capacità di poter provvedere alla vita di un altro essere umano che non può in alcun modo essere autonomo.

Difficilmente, oggi siamo abituati a vedere questo punto di vista. Mentre abbiamo una quantità di opinioni e pareri infinita su quanto il neonato debba mangiare, quanto peso debba prendere ogni settimana, su quanto sia meglio allattare al seno, o su come invece potrebbe essere preferibile usare il latte artificiale, sulle curve di crescita, i percentili e un sacco di altre informazioni puramente tecniche e quantificabili.

E la relazione?

E il fatto che a nutrire questo bambino non ci pensa un robot o un computer in cui inserire dati informazioni quantificabili e verificabili per farlo lavorare al meglio, bensì un essere umano e non un essere umano qualunque, ma la sua mamma, dove lo mettiamo?

L'argomento nutrimento, quando diventiamo madri, tocca le nostre corde più intime e ancestrali. Sia che si parli di allattamento al seno o con il latte artificiale, sia che si parli di svezzamento o di educazione al mangiare bene in famiglia, quando ci dedichiamo al nutrimento dei nostri figli affiorano emozioni delicate che necessitano di tatto e cura, sia che siano positive, e ancor più se sono spiacevoli.

Quando una mamma presenta al medico, agli amici, ai parenti, un neonato bello tondo e morbido, con dei bei rotolini sulle cosce e ai polsi, l'etichetta è semplice: sei stata brava, nutri bene il tuo bambino.

Ma se il piccolo in questione è nella media, o addirittura sotto la media, pur mangiando con regolarità, pur godendo di buona salute e bagnando con regolarità i pannolini, anche qui l'etichetta è semplice, ma impietosa: cosa c'è che non va? Magari dovresti dargli di più da mangiare? Forse non sei abbastanza….

Abbastanza cosa? Capace? Produttiva (di latte)? Nutriente? (e a scanso di ogni equivoco, colgo l'occasione per ricordare a tutti che il latte materno non diventa mai acqua!).

E situazioni analoghe si verificano con lo svezzamento: il bimbo mangia tutto, ergo mamma vai alla grande. Il bimbo spilucca appena, o rifiuta il cibo: mamma, questo bimbo è viziato.

Le curve di crescita nacquero al tempo per verificare che i bimbi nutriti artificialmente, e il latte artificiale dell'epoca, era molto più basico di quello attuale, mangiassero a sufficienza. Un bambino sotto la media, quindi, come crescita, non è malato, o manchevole in qualche modo (assumendo che la sua crescita sia sempre stata costante e accompagnata da buona salute). È semplicemente sotto la media. In una classe di 25 bambini ci saranno quelli alti, quelli medi e quelli bassi. Quelli bassi, sono sotto la media, rispetto all'altezza della classe. Ma vi verrebbe mai in mente di dire che hanno qualcosa che non va?

Sono medie puramente matematiche e come tali vanno considerate.

Ora vorrei riportare l'attenzione sulla relazione. Cosa vive una mamma che sta imparando a nutrire il suo bambino, nel migliore dei modi, al meglio delle sue capacità, sfruttando le sue risorse, nel momento in cui vede negli occhi di chi la osserva un'etichetta, o anche solo uno sguardo di disapprovazione?

Se pensiamo ad ognuno di noi, come adulti, mangiamo tutti allo stesso modo? no. Piacciono a tutti le stesse cose? no. Abbiamo tutti la stessa corporatura? no. Abbiamo sempre fame allo stesso modo ogni giorno? no. Perché non dovrebbe essere lo stesso per un bambino?

Perché questa esigenza di quantificare, definire con etichette e standard un aspetto della nostra vita tanto personale e soggettivo e quindi relazionale come il nutrimento, il cui unico fondamento dovrebbe essere il benessere?

Nutrire non è qualcosa che si fa con dati statistici e grafici, non nella vita vera e quotidiana di ogni famiglia, almeno. Nutrire ed essere nutriti è un fondamento della vita stessa e deve essere un aspetto inclusivo della diade mamma bambino, inclusivo del nucleo familiare, inclusivo delle strutture educative in cui i nostri figli sono accuditi ed educati, inclusivo della rete professionale di supporto della famiglia.

E per concludere, vorrei soffermarmi su quanto sia fondamentale che chi nutre sia ben nutrito. In particolare una neomamma, ancora nel turbine della novità e delle emozioni di questa nuova vita, ha bisogno di cura, e protezione. Ha bisogno di tempo e spazio, di essere vista e di riconoscersi nel suo nuovo corpo anche come nutrice (sia che allatti al seno che con il biberon). Deve avere la possibilità di riscoprire il suo nuovo sé. Deve, anche lei essere ben nutrita e accolta, perché nessuno può nutrire con fiducia e serenità se non è a sua volta ben nutrito. Quindi una neomamma non può, appena le capita, aprire il frigorifero e azzannare la prima cosa che trova in preda ai morsi della fame e pensare di poter andare avanti in questo modo per i mesi successivi. Il cibo che la nutre deve essere per lei fonte di benessere. Per cui ben vengano mamme, nonne, zie, vicine, amiche, doule, che cucinino per lei, e perché non una lista pronta di take away di qualità per le emergenze. Ma ci vuole anche, e non è di secondaria importanza, il nutrimento per l'animo di questa mamma, per le sue emozioni, che meritano di essere viste e riconosciute, la possibilità di fare cose che la facciano sentire bene, integra con se stessa. Serena. E anche i questo caso, ben vengano le amiche che le fanno compagnie, le doule che sostengono e accompagnano nel cambiamento, un massaggio, una passeggiata al mare o nel bosco, un aperitivo, un libro, un pomeriggio sul divano con la serie preferita.

Tutto ciò che ci fa stare bene, è nutrimento.