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Non so se conoscete Marshall B. Rosenberg, il padre della Comunicazione Non Violenta, ma Rosenberg rivolge una domanda, ad ogni essere umano, che ha una potenzialità davvero illuminante: potendo scegliere solo una di queste due opzioni, preferisci avere ragione o essere felice?

Bene, ora questa stessa domanda, io la vorrei porre ad una categoria di esseri umani in particolare: i genitori, con particolare attenzione alle madri (e vedremo perché).

 

Nel momento in cui scopriamo di aspettare un bambino, che il nostro corpo sarà abitato dapprima da un semplice mucchietto di cellule fino ad ospitare un intero essere umano completamente formato, chi più chi meno, iniziamo anche ad interrogarci su come vorremo crescere questo bambino. Su come sarà prendersi cura di qualcuno che dipende da te per qualsiasi aspetto della sua vita.

Letteralmente.

A livello biologico ed evoluzionistico, la sopravvivenza di un neonato, dipende dagli adulti del nucleo familiare. Ecco, già questo aspetto può dare le vertigini. Soprattutto al giorno d'oggi. Soprattutto nella società occidentale nucleare in cui viviamo.

E già qui inizia a capirsi il perché del riflettore sulle madri: nella realtà in cui viviamo, sempre più spesso alla donna che diventa madre è richiesto, a livello sociale, di essere efficiente tanto nell'ambito familiare, quanto in quello professionale. Con l'aggravante che la donna che oggi diventa madre, può contare sempre di meno sul supporto di una rete di persone, a lei vicine, che possano affiancarla e sostenerla nella sua nuova vita, come accadeva quando la famiglia aveva una dimensione allargata, in cui diverse generazioni vivevano a contatto e in cui ogni neomamma poteva, con facilità vedere da vicino l'esempio di altre madri, che avevano figli, allattavano, crescevano i bambini ecc…

 

Poi aggiungiamo il fatto che, magari, non vogliamo limitarci a far sopravvivere il nostro bambino, ma vogliamo che stia bene, che cresca sano e con dei valori rispettosi della vita, del prossimo, e dell'ambiente in cui vive. Diciamo che vogliamo essere dei bravi genitori, delle brave mamme, che crescano dei futuri bravi adulti.

Ed ecco che qui, il rischio di cadere nella trappola delle etichette, può portarci fuori dai nostri binari. Chi determina chi sia una brava mamma? I medici? Le ostetriche e le puericultrici? Le nostre stesse mamme? Gli educatori? I manuali di psicologia infantile? Le nostre nonne? I nostri antenati? La religione?

Quante voci ascoltiamo, nel momento in cui diventiamo genitori, prima di ascoltare, con il cuore e con la testa, la nostra?

Vogliamo avere ragione o essere felici?

 

Ogni volta che abbiamo un bambino, anche se non è il primo, siamo comunque madri nuove. E sicuramente ogni volta, saremo piene di dubbi. Ci preoccuperemo, se stiamo facendo bene o se stiamo commettendo degli errori, tali che magari influenzeranno per sempre la vita dei nostri figli.

La verità è che non esiste una ricetta, una bacchetta magica, che vada bene per tutti i bambini, per tutte le mamme, per tutte le coppie di genitori, siano esse di sesso diverso o dello stesso sesso. Ogni essere umano, quindi ogni bambino è unico e irripetibile, e lo stesso vale per ogni madre, per ogni coppia di genitori, per ogni diade mamma-bambino, per ogni famiglia.

Non si tratta di essere brave madri, ma di essere madri felici, che stanno bene, appagate, consapevoli dei propri bisogni e desideri, consapevoli dei bisogni e desideri del proprio bambino, presenti, non giudicate, libere di essere loro stesse sul proprio individuale percorso.

Alison Gopnik dice “Essere genitori non è un mestiere” (Lingua Originale, The Gardener and the Carpenter). Non si tratta di fare bene il lavoro di genitore. Si tratta di essere presenti, autentici, anche imperfetti. Si tratta di stare con i nostri figli sul cammino che insieme scegliamo per noi e per loro.

 

Io, mi chiamo Linda, sono una doula, un'operatrice olistica materno infantile, un'educatrice babywearing, una referente certificata per Il Parto Positivo (Hypnobirthing e Neuroscienze) e Babybrains, e traduttrice. Prima ancora sono la mamma di due bimbe, Rachele ed Elena con cui io stessa cresco ogni giorno e imparo, sbaglio e scopro nuove risorse, insieme al mio compagno di vita Stefano, con cui condivido questo viaggio.

Nel mio lavoro accompagno le donne nel loro percorso di maternità e le famiglie nei momenti più intensi di trasformazione. Affianco perché l'esperienza di maternità e genitorialità possa essere positiva, consapevole, vissuta con fiducia, amore e grazia, senza giudizio e cercando l'autenticità, non la perfezione.

 

Il punto non è essere brave mamme, ma mamme serene. E non possiamo permetterci di dimenticare che una madre che non è ben supportata, che non ha una rete di fiducia e di persone intorno a lei, potrebbe vivere con enorme fatica, solitudine e frustrazione, la sua esperienza di maternità. E se non siamo ben nutrite, supportate, accolte, come possiamo prenderci cura di qualcun altro, di un bambino?

Se siamo giudicate nelle nostre scelte, se non abbiamo accesso ad una reale e completa informazione, ma veniamo al massimo consigliate per ciò che è ritenuto il meglio da altri che nulla sanno di noi, come possiamo sentirci brave mamme, o meglio, mamme serene?

Se non iniziamo a lavorare sul rendere solido il legame tra il bambino ed entrambi i genitori e tra i genitori stessi, come possiamo cambiare la cultura della nascita e della genitorialità?